Trattati e istituzioni dell'UE
Le elezioni in Svezia e i limiti della discrezionalità interna
cepNews
Per inquadrare il contesto, la politica svedese si articola sostanzialmente attorno a due schieramenti: un blocco di opposizione di centro-sinistra e il blocco di destra attualmente al governo. Al momento in cui si scrive, il centro-sinistra è in vantaggio nei sondaggi, con circa il 54% dei consensi contro il 45% del blocco di destra. I dati più recenti indicano tuttavia che, nel corso dell’estate, il divario si è progressivamente ridotto. Inoltre, anche qualora uno dei due schieramenti riuscisse a ottenere un vantaggio di misura, la formazione di un nuovo governo potrebbe rivelarsi complessa. I partiti di opposizione hanno infatti posto condizioni tra loro difficilmente conciliabili rispetto alle possibili alleanze. Il Partito della Sinistra rivendica un posto nell’esecutivo, eventualità che il Partito di Centro – e con ogni probabilità anche i Socialdemocratici, principale forza politica del Paese – non è disposto ad accettare. Non emerge quindi un percorso chiaro verso la formazione di una maggioranza di governo stabile e il processo di formazione dell’esecutivo dopo il 13 settembre si preannuncia complesso.
Finora, le questioni europee hanno avuto un ruolo relativamente marginale nella campagna elettorale. L’esito delle elezioni potrebbe tuttavia incidere in misura significativa sull’approccio della Svezia all’integrazione europea e, più concretamente, sulla volontà e sulla capacità del Paese di dare attuazione agli impegni già assunti a livello dell’UE. Ciò emerge con particolare evidenza in tre ambiti politicamente sensibili: l’integrazione monetaria, i controlli alle frontiere Schengen e la politica climatica.
Tra i partiti rappresentati in Parlamento, i Liberali sono la forza maggiormente favorevole all’integrazione europea: sostengono l’adesione della Svezia all’euro, un ulteriore approfondimento dell’integrazione europea e l’abolizione dei veti nazionali nella politica estera e di sicurezza dell’UE. Attualmente, tuttavia, sono accreditati di circa il 2% dei consensi, ben al di sotto della soglia di sbarramento del 4% necessaria per mantenere una rappresentanza nel Riksdag. Il partito svedese più esplicitamente europeista rischia quindi di scomparire dal Parlamento.
Al tempo stesso, nessuna forza parlamentare conduce oggi una campagna a favore dell’uscita della Svezia dall’Unione europea. I nazionalisti dei Democratici Svedesi hanno modificato la propria strategia, abbandonando le richieste di ritiro dall’UE per puntare invece a influenzarne le politiche dall’interno. Anche il Partito della Sinistra ha progressivamente preso le distanze dalla prospettiva dell’uscita dall’Unione, pur continuando a opporsi a misure come l’adozione dell’euro da parte della Svezia. Il Partito Moderato, di orientamento conservatore, ha dichiarato che, qualora restasse al governo, istituirebbe una commissione incaricata di riesaminare i vantaggi e gli svantaggi dell’adesione alla moneta unica. Nel referendum del 2003, la Svezia respinse l’introduzione dell’euro con il 56% dei voti contrari e, da allora, la questione ha faticato a tornare al centro del dibattito politico.
Sebbene l’appartenenza all’UE non rappresenti di per sé uno dei principali terreni di scontro della campagna elettorale, le norme europee continuano a incidere su alcune delle questioni politicamente più delicate in Svezia. Dopo la crisi migratoria del 2015, il Paese ha fatto ricorso a controlli temporanei alle proprie frontiere interne dello spazio Schengen. Più recentemente, dal novembre 2024 la Svezia ha mantenuto controlli alle frontiere interne, principalmente lungo il confine terrestre con la Danimarca, riservandosi al contempo la possibilità di effettuare verifiche anche presso altre frontiere interne.
In un parere del 2026, la Commissione europea ha messo in dubbio che la Svezia abbia fornito elementi sufficienti a dimostrare che tali controlli siano ancora necessari e proporzionati. La Commissione ha inoltre richiamato la possibilità di ricorrere a misure di polizia alternative, sostenendo che il Paese dovrebbe procedere verso una graduale eliminazione dei controlli. Le norme Schengen consentono infatti agli Stati membri di reintrodurre i controlli alle frontiere interne in circostanze eccezionali, ma tali misure sono concepite come temporanee. Una loro progressiva eliminazione potrebbe tuttavia risultare difficile da giustificare sul piano interno, in un momento in cui criminalità, immigrazione e sicurezza figurano tra i temi più rilevanti della campagna elettorale.
A differenza dell’appartenenza all’UE, i prezzi dei carburanti occupano attualmente una posizione centrale nel dibattito politico svedese. In particolare, i Democratici Svedesi sono riusciti a dare seguito alla promessa di ridurre il costo dei carburanti, sintetizzata nello slogan politico «prezzi più bassi alla pompa». L’obiettivo è stato perseguito attraverso una riduzione della tassazione sui carburanti e l’abbassamento dell’obbligo di miscelazione con biocarburanti.
Secondo il Consiglio svedese per la politica climatica, tuttavia, con le politiche attualmente in vigore la Svezia non è sulla buona strada per rispettare l’obiettivo vincolante fissato dall’UE per il 2030 nell’ambito del regolamento sulla condivisione degli sforzi (Effort Sharing Regulation). Il Consiglio stima che le conseguenze finanziarie derivanti dal superamento della quota di emissioni assegnata alla Svezia dall’UE potrebbero oscillare tra gli 8 e i 40 miliardi di corone svedesi, vale a dire fino a circa 4 miliardi di euro. Mantenere bassi i prezzi dei carburanti potrebbe quindi porre il prossimo governo di fronte alla difficile scelta politica di individuare riduzioni delle emissioni in altri settori. In un’Europa fondata su regole condivise, la credibilità dipende, in ultima analisi, dal rispetto degli impegni comuni, anche se le emissioni pro capite della Svezia restano inferiori alla media dell’Unione europea.