Politica economica e fiscale
Benzina, il price cap di Eni aiuta i consumatori. Ma chi paga il conto?
cepNews
La decisione di Eni non sembra un semplice atto di benevolenza ma si inserisce in un contesto politico nel quale il governo di Giorgia Meloni, già in aria di campagna elettorale, stava discutendo sulla possibilità di inserire una nuova tassa sugli extra profitti delle compagne energetiche. Questo tetto, che durerà per circa 30 giorni con la possibilità di essere prorogato fino alla fine dell’anno, potrebbe però avere conseguenze anche sulla concorrenza. Il price cap, i cui costi saranno assorbiti da Eni genererà infatti un probabile effetto a catena, spingendo altri colossi energetici a seguire Eni, per rimanere competitivi sul mercato, sacrificando temporaneamente i propri margini per mantenere i volumi. In effetti questo sembra ciò che sta avvenendo con IP che si è impegnata a calmierare i costi.
La manovra di Eni sta generando in effetti una forte pressione competitiva con il rischio di compressione dei margini, soprattutto per gli operatori indipendenti. Ad esempio, Assopetroli, che rappresenta 12 mila distributori indipendenti pari al 50% delle stazioni di servizio, teme gli effetti collaterali sul suo circuito. Per la Figisc, l'associazione dei distributori di carburante che fa capo a Confcommercio, si tratterebbe di svantaggio competitivo legato a posizione dominante e l’Antitrust dovrebbe essere chiamato a giudicare. Ci sarebbe un rischio di margin squeeze, che si verifica quando una compagnia in posizione dominante, che fornisce un bene sia all’ingrosso che al dettaglio applica un prezzo ai consumatori così basso che rende impossibile la sopravvivenza dei concorrenti che comprano all’ingrosso. Inoltre, la decisione di Eni e di altre compagnie di abbassare i prezzi potrebbe essere giudicata competizione sleale tramite l’utilizzo di prezzi predatori, se quest’ultime, in una posizione dominante, applicassero prezzi inferiori ai propri costi, con lo scopo di mettere fuori mercato i competitors.
Tuttavia, più che essere dettata da giochi di concorrenza, su cui eventualmente interverrà l’Antitrust, la decisone di ENI sembra di fatto derivare dal dibattitto su una possibile nuova tassa sugli extraprofitti che già nel 2022 era costata alla compagnia 1,4 miliardi di euro di contributi straordinari. Di fatto, per ENI potrebbe essere più conveniente mantenere un price cap di 30 o più giorni piuttosto che affrontare il rischio e i costi di una nuova imposta straordinaria. I prezzi più bassi inoltre garantirebbero ad Eni un maggior volume di vendita attirando i consumatori a rifornirsi presso le sue pompe di benzina e attraendo anche nuovi clienti, compensando quindi, almeno parzialmente una riduzione dei margini. In effetti, questo è quello che è avvenuto in Francia, dove Totalenergies aveva già applicato un cap ad intermittenza dallo scorso aprile ed è riuscito comunque a mantenere se non aumentare i propri utili. Infine, con il price cap Eni non beneficia solo i consumatori finali ma anche il governo, permettendo infatti a Giorgia Meloni di non dover intervenire, almeno nell’immediato, di nuovo sulle accise applicate ai carburanti, riducendo la pressione per ulteriori interventi fiscali sui carburanti, che comporterebbero minori entrate per lo Stato ed un peso sui conti pubblici che sono già in difficoltà.